Appunti da una pandemia contemporanea.

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Può un virus aiutare a «curare» la crisi climatica che stiamo vivendo

e allo stesso tempo dare la possibilità di rivalutare valori e priorità,

ricucendo il legame con il mondo naturale che ci ospita?

Stiamo vivendo un momento storico particolare caratterizzato da una duplice crisi di dimensioni planetarie: cambiamento climatico e pandemia da COVID-19. Anche se le persone le percepiscono in maniera differente, le due crisi sono strettamente connesse fra loro.

Di crisi climatica se ne parla già da troppo tempo, però nessuno accetterebbe le stesse restrizioni imposte per contenere l’attuale pandemia per ridurre l’inquinamento delle nostre città, o almeno credo. Tanto di inquinamento, se mai si dovesse morire, non si muore adesso, ma tra qualche decennio! Mentre di coronavirus si, e quindi non si ha scelta. FALSO!

Le morti di inquinamento ci sono eccome, ma non hanno la stessa rilevanza mediatica (solo in Cina si contano circa 1 milione di morti premature ogni anno, causate da malattie respiratorie e cardiache provocate dalle sostanze inquinanti presenti nell’aria … Mica poche!)

Se le restrizioni imposte (limitazione del traffico, chiusura delle scuole, sospensione delle linee produttive da parte di molte aziende, riduzione del traffico aereo, ecc..), per contenere la diffusione di questo maledetto virus ha fatto registrare una significativa riduzione delle emissioni inquinanti e di CO2 nell’aria, consegnandoci un mondo “più pulito”, non possiamo pensare che possa essere un virus la soluzione alla crisi climatica! La presunzione che abbiamo sempre avuto nei confronti della natura inquinandola, devastandola e deturpandola di tutte le sue risorse per appagare il nostro bisogno di comodità, è il prezzo da pagare oggi.

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Forse siamo noi il vero virus,

e la pandemia rappresenta solo una reazione della terra per eliminare la minaccia!

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Dopo questo periodo pandemico, anche l’architettura dovrà rivedere le proprie priorità e soluzioni.

 

Sostenibilità? Resilienza? Design adattivo? O meglio, design post-pandemic? Basta chiacchiere! Sono la stessa cosa, trattano lo stesso argomento, la stessa problematica che ci affligge da anni. Non è questo il momento per coniare nuovi aggettivi e paroloni autoreferenziali.

​​CHE FARE?

 

È necessario, in questo momento, pensare a nuove strategie d’intervento affinché l’architettura sia grado di curare le ferite che questo periodo lascerà, perché nulla sarà come prima!

Gli edifici sono responsabili del 36% di tutte le emissioni, del 40% del consumo di energia, del 21% del consumo di acqua: il settore delle costruzioni è determinante nella lotta al contrasto della crisi climatica attuale.

L’abbassamento dei livelli delle sostanze inquinanti nell’aria, non è un aspetto “positivo” e non è detto che la pandemia trasformerà l’attuale sistema economico per renderlo più efficiente anche da un punto di vista energetico-ambientale: durante le ultime crisi che abbiamo attraversato (come quella economica del 2008) si sono registrati drastici cali di emissioni inquinanti nell’aria. Terminate le fasi di recessione però, i livelli di emissione sono sempre tornati alla “normalità”, senza che nulla cambiasse. Quindi, anziché parlare di come far salvare e ripartire l’attuale modello di economia che è stato una delle cause di questa duplice crisi, è arrivato forse il momento di ripensare l’idea stessa di economia.

Questa crisi evidenzia come salute ed ecosistema del pianeta sono interdipendenti, e la rapidità di diffusione del virus ci mostra questa drammatica realtà, che potrebbe trasformarsi in opportunità.

Ma non si può gioire di una pandemia anche se ha “ripulito” il Pianeta Terra. No! Nessuno può farlo!

È vero che non può essere un virus la cura alla crisi climatica, ma quello che stiamo vivendo deve far riflettere sullo stile di vita dell’uomo, e magari ripensando ad alcuni comportamenti per migliorare la nostra salute e quella del pianeta. Quello che più colpisce in questi giorni di “cura forzata”, è il disorientamento che viviamo. Osserviamo gli spazi urbani da nuove prospettive, dove, le relazioni prima familiari con le persone, adesso sono completamente deformate. Questo particolare momento è caratterizzato dalla distanza: distanza tra di noi e tra le persone e gli spazi urbani che oggi ci sembrano irriconoscibili. Suoni della natura, odori della natura, luce naturale…sono ridiventati elementi cardine di una città che non è più la nostra città; una città che si è ripresa con forza il volume vuoto naturale fatto di luce, aria, sole, elemento che gli era stato tolto da quel virus culturale che ci ha consegnato tutto questo che stiamo vivendo!

 

Ripartiamo dalle città!

 

Per questo motivo è fondamentale ripartire da un nuovo modello socio-economico, più sostenibile e focalizzato su aspetti come mobilità sostenibile, limitando gli spostamenti grazie anche allo smart working che può diventare un modello e non più un obbligo emergenziale, che definisca una nuova alfabetizzazione dell’architettura fatta di nuovi codici della progettazione che preveda la salvaguardia dell’ambiente naturale e antropizzato.

Infrastrutture verdi, architetture climatiche, rigenerazione del patrimonio edilizio energivoro, mobilità sostenibile sono solo alcune delle tematiche che possono definire nuovi modelli di città in grado di ristabilire quel legame fisiologico tra l’uomo e lo spazio naturale e costruito, oramai perduto. Estendere gli spazi di vita ad altre dimensioni come quella del volume vuoto dello spazio naturale, volume fatto di percezioni e sensazioni in grado di immergere il corpo in un percorso fisiologico. Architetture che rappresentino la vista sensoriale dello spazio che travalica dal reale all’ideale.

28 | 03 | 2020 - ZEDAPLUS architetti

Fabrizio Chella - Erica Scalcione

Quando l'uomo si fa da parte,

la natura ricomincia a respirare e si riappropria dei suoi spazi.

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