L’Uomo, il Clima, l’Ambiente. Breve colloquio con Fabrizio Chella.

L’Uomo, il Clima, l’Ambiente. Breve colloquio con Fabrizio Chella, Architetto.
Loredana Spro e Giorgio Caizzi on ottobre 16, 2013 in a casa di Lori e Giò

L’Uomo, il Clima, l’Ambiente. Breve colloquio con Fabrizio Chella, Architetto.
Fabrizio Chella è un giovane Architetto, come lui stesso si definisce, un “disegnatore di luoghi al servizio della comunità”. Fabrizio si occupa di architettura “bioclimatica”. Se ne occupa con entusiasmo e passione da anni, da quando si è laureato in Architettura nel 2001 con una tesi improntata sullo studio sull’utilizzo della bioclimatica in architettura. Con quella tesi lui andava contro gli schemi che all’epoca si seguivano, tanto che il suo relatore gli consigliò di lasciar perdere perché sicuramente si sarebbe trattato solo di una moda temporanea.
E allora è da li che partiamo nella nostra breve intervista, gli chiediamo cos’è l’architettura bioclimatica. Dalla sua risposta si percepisce quanto per lui l’argomento sia importante. L’energia che comunica parlando è forte e soprattutto convincente, si sente chiaramente quanto lui creda nell’argomento e quanto questo sia entrato a far parte della sua vita, sia diventato per lui non solo lavoro, ma filosofia di vita.
Ci spiega che è un modo di intervenire sullo spazio, un modo per fare architettura mettendo insieme due concetti fondamentali, l’uomo, “bios” e l’ambiente in cui l’uomo vive.
L’Architettura Bioclimatica non fa altro che mettere l’uomo, con tutte le sue caratteristiche fisiologiche, in rapporto con l’ambiente naturale e climatico che lo circonda.
E cos’è l’ambiente climatico? E’ quell’ambiente che è caratterizzato da tutti quei fattori che sono tipici di quel luogo preciso e che possono essere diversi, anche solo a pochi km di distanza. Facciamo un esempio pratico, noi viviamo in una città, Pescara, costruita in parte sul livello del mare e in parte in collina e tutti abitando qui sappiamo bene che tra una zona e l’altra della città possono esserci anche 2 gradi differenza di temperatura e una diversa ventilazione.
E quindi quando si fa un progetto si dovrebbe partire da queste domande, “come ci relazioniamo con l’ambiente che ci circonda? Come possiamo fare in modo che l’uomo stia bene all’interno del suo ambiente come all’esterno?”.
Fabrizio ci dà la sua risposta partendo da lontano. Ci racconta di come per lui sia stato importante partire dallo studio della fisica, che lo ha sempre appassionato, e dalla storia dell’architettura. Ci ricorda di come nei borghi medievali l’uomo costruiva le proprie abitazioni tenendo conto, in modo semplice e naturale, delle condizioni climatiche e dell’esposizione solare, usava i materiali che aveva a disposizione e ci racconta di come questo modo semplice di costruire sia stato perpetuato anche da grandi architetti come Le Courbusier o Louis Kahn. Tutto ciò sino all’avvento del boom economico negli anni ’60. Fu allora che l’abbondanza di mezzi per costruire e riscaldare fece venir meno la necessità di osservare l’ambiente circostante ed adattarsi ad esso che aveva caratterizzato l’architettura sino a quel momento.
Fu in quell’epoca che nacque la corrente architettonica detta Iternational Style. Secondo questa corrente di pensiero un progetto architettonico può essere proposto ovunque, senza distinzione di luogo, l’importante che abbia in sé alcuni parametri internazionali, di bellezza e di funzionalità.
Ed è purtroppo così che tanti architetti hanno progettato edifici, anche magnifici dal punto di vista formale, ma con poca attinenza con la concretezza del vivere quotidiano. Un’Architettura astratta che non tiene in quasi nessun conto l’ambiente e la storia del luogo. Tutto ciò perché l’abbondanza delle risorse energetiche dava la convinzione che ci si potesse riscaldare e rinfrescare a basso costo per sempre. Purtroppo così non è stato e si è creato l’enorme livello di spreco energetico e di impatto ambientale che oggi caratterizza le nostre città ad ogni latitudine.
Poi, quando l’emergenza ambientale ed ecologica ha cominciato a farsi sentire si è diffuso il termine di Bioarchitettura. Ma Fabrizio spiega che la bioarchitettura si occupa principalmente di intervenire sull’uso di materiali che siano eco-compatibili e che abbiano uno scarso impatto chimico sull’ambiente, cosa sicuramente encomiabile quando si tratta di intervenire sull’esistente, ma che la differenza fondamentale con l’architettura bioclimatica sta invece nel progettare e realizzare edifici con semplicità. Progettare ascoltando, osservando e stando con quello che il clima e l’ambiente che ci circonda ci offrono, come risorse particolari e autentiche del luogo in cui andiamo a lasciare il nostro segno come uomini e progettisti.
Ancora oggi, nonostante la crisi economica, in Architettura non è semplice far passare il concetto che non basta costruire un bel segno sul territorio ma che questo bel segno debba anche essere integrato con l’ambiente circostante, rispettandolo, e creando benessere per chi lo occupa.
Giovani architetti come Fabrizio Chella sono per noi la speranza, portano nel mondo con il loro entusiasmo il seme di un cambiamento reale che può nascere da ciò che tutti, in questo momento, chiamiamo “crisi”.
Concludiamo citando una frase di un autore, Maurizio Pallante, che lo stesso Fabrizio ci ha consigliato e che è perfettamente in linea con suo e il nostro pensiero.
“La felicità, il benessere, la qualità della vita non hanno alcuna relazione diretta con la ricchezza materiale. Avere molto non significa stare bene….Dalla crisi di oggi, che è ambientale, energetica, morale e politica, oltre che economica, si potrà uscire se la società del futuro saprà accogliere un sistema di vita e di valori fondato sui rapporti tra persone, sul consumo responsabile, sul rifiuto del superfluo. Al contrario, staremo meglio se sapremo proporci come obiettivo non il meno, ma il meno quando è meglio. ”
Maurizio Pallante, “Meno è meglio, decrescere per costruire”, Bruno Mondadori Editore

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4 anni ago